Critical mass: Gormley e la concentrazione d’energia
Di Emanuela Nicoloro
Si possono scorgere da quasi tutte le finestre del museo: sono circa 60, in ferro e creano un certo effetto di folla. Critical Mass, dello scultore Antony Gormley, è il primo allestimento ad aver luogo nel cortile esterno del Museo MADRE (Museo d’Arte contemporanea Donna Regina).
Calchi in gesso di corpi umani ricoperti di ferro sono la nuova installazione dell’artista inglese. I corpi assumono tutte le possibili posizioni, quotidiane e meno: un omino di ferro completamente disteso, uno seduto, uno accartocciato, uno in ginocchio, uno addirittura con la faccia rivolta contro il muro bianco dell’edificio.
Rappresentano le posizioni di base della vita; nessuna statua mostra un tentativo di camminata, di movimento, di tentativo di afferrare, stringere, trattenere. Tutto è immobile e inerte, così come è stato costretto ad essere lo scultore-modello nel volersi rappresentare.
Viene a mancare la temporalità, ogni posizione del corpo può appartenere al passato come al presente; tutto può essere già accaduto prima o una proiezione di quello che potrebbe accadere nel futuro.
Nessuna autoreferenzialità ma un’esortazione all’empatia.
Sebbene siano tutte auto-riproduzioni, l’autobiografismo non sembra essere l’obiettivo dell’opera; piuttosto forte è invece il tentativo di estremizzazione della body art: Gormley utilizza se stesso come superficie da plasmare.
I corpi sono disposti in ordine sparso, casuale, riempiendo quasi completamente il cortile eppure sembrano in contatto, ammassati.
Il caos, il casuale e il raccoglimento sono quello che Gormley intende per massa critica Critical Mass: il luogo, nelle scienze, della massima concentrazione di energia.