CROMOPOLIS
Di Emanuela Nicoloro
La città del colore. Se diciamo colore cosa vi viene in mente? A molti forse Napoli e i suoi mille volti. E questa sembra essere stata la prima associazione anche per il fotografo fiorentino Enrico Amante e per la giovane graphic designer partenopea Francesca Cuomo.
I due artisti hanno esposto le loro produzioni al Museo dell’Opera dell’Università Suor Orsola Benincasa, dal 20 ottobre al 18 novembre. Tra sculture devozionali, pale dorate e immagini religiose spuntano foto giganti e pannelli stampati a colori fortissimi, nel tentativo di creare una commistione tra antico e contemporaneo, tra sacro e profano.
Tra le foto di Amante è possibile notare scorci di Napoli vista dall’alto (foto Grantour Belvedere), il traffico intorno P.zza Municipio (foto Panorama VI), ampie porzioni del centro storico, come a voler mostrare tutti i colori di un presepe post-moderno (foto Montecalvario).
Foto enormi ma ritoccate, con cui il fotografo esperto in urbanistica gioca, duplicando balconi, innalzando palazzi e allungando il tronco della palma del cortile del Suor Orsola.
La foto più rappresentativa di queste scelte tecniche è 5 Giornate. L’opera presenta 9 fotogrammi di balconi, accostati come se si moltiplicassero per gemmazione; a veder bene però le porzioni di balcone sono le stesse. Cambia di pochi gradi l’angolazione di ripresa e le ore in cui sono state scattate le foto. Ce ne accorgiamo dalle ombre, sempre diverse ma sempre presenti agli angoli di alcuni condizionatori dell’aria posti fuori al balcone oppure dalle persiane più o meno aperte degli appartamenti.
Uscendo dalla sala, dimenticando che gli artisti che espongono sono due, ci ritroviamo davanti un corridoio stretto ai cui lati sono posti dei pannelli quadrati iper-colorati: non te lo aspetti tra tanto bianco (le vesti religiose) e oro (le decorazioni degli oggetti sacri). Sono le opere di Francesca Cuomo: la graphic designer, fotografa e calligrafa espone i suoi lavori iniziati nella Ludoteca “Vulimme pazzià” di Secondigliano.
Il progetto si basa su un gioco di accostamenti cromatici, di oggetti d’uso quotidiano collegati a spruzzi di colore, creazioni d’associazioni più o meno logiche tra di loro; sebbene non siano presenti immagini di Napoli, si sente tutta la vivacità creativa tipicamente partenopea.
A ragione, l’artista definisce queste sue produzioni come il frutto di sinestesie: il tatto si mischia alla vista. Ci sono pennellate laccate di rosso accostate ai capelli, ai lacci di una cintura o al peperoncino; un arancione fortissimo che richiama un tuorlo d’uovo o i cereali; lampi di giallo accostati ai raggi del sole, alla lava vulcanica o a “fiumi” di birra; infine, il marrone associato al croccante (inteso come torrone), al tronco di un antico albero e ai graffi sul legno usurato.
E’ una mostra molto veloce da percorrere. Piccolo neo: il tentativo (non si sa se intenzionale o meno) di mixare le epoche, il vecchio e il nuovo, non solo è un percorso già sfruttato (vedi la Centrale Montemartini a Roma che ospita tra i suoi macchinari produttori di energia elettrica le opere dell’Antica Roma) ma la riuscita, nel caso del Museo dell’Opera del Suor Orsola, non è delle migliori.