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L’arte contemporanea ha una nuova MADRE

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Closky Closky
Whiteread Whiteread
Merz Merz
Closky, Merz e Whiteread in mostra al Palazzo Donna Regina.

Di Emanuela Nicoloro

Al MADRE fino al 1 maggio l’arte contemporanea si fa in tre: Merz, Whiteread e Closky.

Al piano terra, in un enorme stanzone bianco, 16 schermi ultrapiatti. Nient’altro. Immagini a ripetizione; volumi alti; colori forti: questo èMenège, la prima istallazione di Closky. A intervalli irregolari, dei video proiettati in loop mostrano immagini di mappe stradali, case in costruzione, termometri, donne adagiate su letti, una pen drive, un interruttore, la rotazione del sole; su ciascuno schermo non passa mai lo stesso video.

Ma Closky, capace di utilizzare assieme diverse tecniche e differenti media, gioca con la quotidianità, lo spazio e le nuove tecnologie anche nell’altra istallazione presente al museo “Climb at your own risk”: dieci scale di sette formati diversi. Elevarsi da terra senza raggiungere alte quote, senza pretesa spirituale, senza alcuna ascensione mistica, è solo un uso diverso delle quotidiane scale domestiche. Posizionate nel cortile del palazzo, l’altezza raggiunta dallo spettatore salito sulla scala più alta non arriva oltre il primo piano ma permette di avere punti di vista e visuali diverse dallo spettatore che, diversamente, è a terra. In ogni caso, salire (climb) è a proprio rischio (your own risk); chissà cosa si riesce a vedere.

Ai piani superiori, dopo aver visto le istallazioni permanenti (Jeff Koons, Mimmo Paladino, Janis Kounellis, Rebecca Horn), ci troviamo di fronte alle opere delle due famose scultrici Marisa Merz e Rachel Whiteread.

La Merz, esponente dell’arte povera, usa tecniche tradizionali e femminili per opere sospese tra due temporalità: quella oggettiva, del presente e quella del ricordo. Disegni e sculture presentano abitudini quotidiane, oggetti comuni e tanti volti umani.

Il tema del volto, caro alla scultrice torinese, si ripropone continuamente su carta e lamiere di ferro su cui con graffi, bombolette spray e colori, facilmente si individua il profilo umano, gli occhi, la bocca.

Lungo il percorso, da una stanza all’altra, si arriva alle sculture della Whiteread: calchi di tavoli, sedie, armadi, letti, materassi. Niente di nuovo se questi calchi non fossero il vuoto creato da questi oggetti casalinghi. Sotto il letto, dentro l’armadio, l’interno della casa diventano veicolo artistico. Il vuoto diventa pieno; l’artista descrive e rappresenta l’assenza.

“House”, emblematico esempio dell’arte della Whiteread, è il calco dell’interno di una casa in stile vittoriano a cui l’artista abbatte le pareti per mostrare solo il suo interno, di gesso; “Sixteen spaces” mostra invece, come in “Space under my steel chain” di Nauman, lo spazio sottostante un tavolo e una sedia, di cui la Whiteread fa sedici copie in serie.
Oltre il nuovo concetto di spazio, anche i materiali usati sono innovativi: gel, resina, gesso odontotecnico, gomma.

L’arte contemporanea ha una nuova MADRE.

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