“Bobby” ovvero come finirono gli ideali dell’America del 68
di Luca Marra
Il passato degli Usa in un solo nome e in molte stelle. “Bobby” di Emilio Estevez è un film lunare che splende grazie alla luce di un cast di star.
Hotel Ambassador, 4 giugno 1968, nel giorno e nel luogo dell’assassinio di Robert “Bobby” Kennedy si incontrano alcune vite.
Dalla decadenza della diva, impersonata da Demy Moore, alla superficialità coniugale che possiede Paul, William Macy, marito attratto dalla giovane Heather Graham, preferita alla coniuge estetista: una grassa ma sempre intrigante Sharon Stone.
Ma queste non erano le uniche stelle a paga sindacale nel firmamento di Bobby. C’è spazio anche per Antony Hopkins, produttore del film, Harry Belafonte, un imponente, non solo nel fisico, Laurence Fishburne e poi i coniugi (nel film) Elijah Wood e Lindsay Lohan. Senza dimenticare il papà di Emilio Estevez, Martin Sheen (Estevez è il vero cognome di Martin Sheen)
Nonostante i grandi nomi, le personalità non si scontrano, non si sovrappongono come potrebbe capitare in una pellicola di tal calibro attoriale. In Bobby si sente quella armonia corale da film Altmaniano. Estevez suona con le note di Nashville un film dalle armonie in minore.
Decadenza, pianti, dubbi, il disorientamento degli ospiti di un hotel che è simbolo di una comunità americana, latina, multirazziale, totalmente spaesata. Una Nazione che non sapeva cosa facessero i soldati in Vietnam. Che vede finire chi voleva cambiare. John Fitzgerald Kennedy e poi il fratello Bobby erano di quelli che usavano la parola cambiamento. Ma non nel senso usurato, sgualcito, ma in quello ideale che ora non esiste più, nemmeno nei discorsi politici.
Oggi si parla di strategia, d’esportazione, di popolarità. Negli Usa di fine anni sessanta, talvolta è capitato che chi voleva guidare il timone di una nazione verso il cambio di rotta veniva buttato in mare. Così è stato per Bobby Kennedy, che nel film non compare interpretato da un attore, il suo viso è quello vero delle immagini di repertorio. Infatti la pellicola non è un racconto biografico, un biopic che la moda del momento richiederebbe. “Bobby” è il nome di persona che riflette, il crollo delle speranze a stelle e strisce, quello che si diluisce in una sequenza finale che vale tutto il film. Sbiadisce nella bella fotografia di Michael Barret (“Kiss Kiss Bang Bang”) che illumina timidamente un tempo consegnato alla Storia. Non quella dei manuali ma quelle delle coscienze americane, latine, nere. Tutte quelle che popolano i milioni di superficie americana.