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Mel Gibson irrompe nelle sale col botto. E basta.

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La fine dei Maya secondo Mel Gibson. Arriva Apocalypto.

Di Luca Marra

Lo zoom che apre “Apocalypto” stringe sulle foglie della foresta. Il verde, i suoni della Natura, per un secondo pare che sia ritornato nelle sale il bellissimo “The New World” di Terrence Malick. Il tema della civiltà, dei nativi, sono gli stessi della pellicola di Malick, ma gli schizzi di sangue di un tapiro che stramazza al suolo ci fanno subito cambiare idea.

Eccolo, è arrivato con il suo marchio di fabbrica truculento, Mel Gibson. A tinte rosse dipinge quel quadro della civiltà Maya e della sua sopravvivenza: la tranquillità di un villaggio viene spazzata via dagli invasori che distruggono l’insediamento della tribù protagonista. Tra i prigionieri c’è “Zampa di Giaguaro”, pronto a non arrendersi. Subito nel vivo di quella violenza pubblicizzata e osteggiata, Apocalypto s’impone come un film forsennato, battente, ruggente come quel giaguaro da presagio funesto che compare nella parte centrale del film. L’Odissea di un Ulisse che viaggia a trecento l’ora con le proprie gambe, estirpato dalla sua terra e dalla famiglia. Riprenderà i due affetti, con un inseguimento che pervade il film e sarà più veloce del suo destino.

Simboli, predizioni, un osso che si scaglia a terra più volte e che, volontà citazionista o meno sembra significare come “strumento arma” di Kubrickiana memoria. Mel Gibson ha già dimostrato di saper far il filologo e insieme il regista, rigirando in salsa pulp la storia della passione di Cristo, il suo penultimo film.

Ora si parla di Maya, non manca il forte realismo del dialetto yucateco, di quella macchina a mano che segue le lunghe rincorse di Zampa di Giaguaro e delle soggettive delle teste mozzate. Perfetto nella costruzione del ritmo e nella tensione. Artificioso nell’usare un realismo che svanisce davanti alle logiche dello spettacolo, dello scorrere del sangue a tutti i costi, e di una panoramica così veloce che mostra l’arrivo dei conquistadores e dilegua il tempo in un colpo di remi.

È chiaro, la storia non si fa con in film (non solo) ma allora accantoniamo la volontà di realismo dei sottotitoli dallo yucateco e immergiamoci in un “Survivor movie” di gran fattura. Tra Predator, “storia e filosofia low cost”, Mel Gibson colpisce ancora. Lo fa col suo soffio furbo che solleva polveroni. E basta.

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