“Don Giovanni o della seduzione”: indagine di un mito
Di Maria Grazia Perrone
L’immagine flessuosa di una fiamma dell’inferno o di un corpo donna. Questa la copertina, del nuovo libro di Marino Niola “Don Giovanni o della seduzione” (L’Ancora del Mediteranno, pagg. 129, euro 13). Il nuovo lavoro dell’antropologo napoletano esplora le origini di un mito: Don Giovanni.
Un uomo passato alla storia come il seduttore per eccellenza. Un personaggio nato nel 1630 con i versi dello scrittore spagnolo Tirso de Molina (El burlador de Sevilla y Convidado de pietra), ma che ha attraversato i secoli giungendo fino all’epoca moderna. Protagonista di varie forme artistiche, Don Giovanni è diventato immortale attraversando il teatro, la letteratura, le narrazioni popolari, il melodramma e il cinema a partire dall’Europa barocca. Eppure nessuna di queste forme ha esaurito gli aspetti di quello che Cesare Garboli ha definito come un personaggio fatto di più pezze dell’abito di Arlecchino.
In ciascun genere il mito ha subito delle modifiche per le proprie esigenze testuali, ma proprio queste hanno evidenziato, secondo Niola, un fondo irriducibile e sempre presente, quali che siano il tempo o il genere di appartenenza. È la ricerca di questo fondo, che l’autore definisce cristalli, a portare l’antropologo a decostruire l’essenza di Don Giovanni nei vari contesti. Un’indagine concepita come un itinerario che parte da Siviglia, luogo che ha dato vita al mito, per giungere a Praga, luogo della prima rappresentazione dell’opera di Mozart, perché sono stati il compositore e il librettista Da Ponte a farlo rinascere nel mondo moderno.
Don Giovanni è tuttora il seduttore, ma ad ispirare le maggiori opere sono state la sua trasgressione e la sua ribellione alle leggi di Dio e degli uomini. In fondo, egli resta l’uomo che ha osato invitare un morto a cena. Questo aspetto lo lega al Purgatorio, luogo in cui si incontrano i vivi e i morti, a Napoli, dove si trovano le anime in pena, i teschi, il cimitero delle Fontanelle e al rapporto tra i vivi astuti e i morti insultati, che ha segnato la sua stessa fine.
Un mito ateo, un libertino, un trasgressore, un dissoluto nell’anima e un dissolto nel corpo. L’uomo che nell’opera di Mozart al momento della morte grida in re maggiore, la tonalità nobile. E se il libretto di Da Ponte lo ha condannato con le sue parole, il compositore ne ha celebrato il trionfo con la sua musica. Un mito condannato a dissolversi nella gloria.