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"9" - Damien Rice

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Il cantautore irlandese torna con il suo secondo disco, tre anni dopo “O”. Un disco grande. Come un elefante.

Di Antonio De Simone

Non serve perdersi nei paragoni con l’album di esordio.
“O” è stato un piccolo capolavoro. E come tale è giusto che sia irripetibile. Ma i tre anni d’attesa che hanno accompagnato l’uscita di “9”,  il secondo lavoro di Damien Rice, sono ben ripagati da un disco di grande spessore e ispirazione.

L’attitudine creativa è sempre quella: le canzoni conservano la dimensione intima legata all’immediatezza del rapporto tra l’autore e la sua chitarra. Ma stavolta il lavoro di studio e produzione della 14thFloor è senza dubbio più accurato. È  inevitabile che sia così. È vero, la sua musica esige un po’ d’ombra, si consuma meglio lontano dal fracasso dei media e dei grandi palcoscenici.

Ma sembra difficile immaginare ancora a lungo il cantautore irlandese lontano dalle luci della ribalta e al sicuro nei piccoli club. Le radio, la televisione e il cinema cercano la sua musica e le grandi tournèe americane segnano un passaggio di tempi per la sua carriera artistica.

Ecco come una prima traccia diventa un invito all’incanto: l’apertura del disco, la splendida 9 Crimes è affidata ad un piano dalle note zuppe d’acqua e alla voce di Lisa Hannigan. Definirla un controcanto femminile è un torto improponibile ad una delle voci migliori della scena europea.

Lo stile chitarristico di Rice che abbiamo apprezzato in passato non tarda ad arrivare. The Animals Were Gone è uno dei migliori esempi di folk d’atmosfera venato di gospel che il cantautore ha finora proposto. Gli archi che si aggiungono al violoncello di Vyvienne Long la rendono leggera e sognante. Elephant è senza dubbio la cosa migliore nel disco. L’ispirazione e le vertigini delle traiettorie di voce di Damien Rice regalano qualcosa in più. E poi non possiamo evitare di chiederci se la brezza che si scorda e che scorre in quelle parole è la stessa che soffiava nella The Blower’s Daughter del disco d’esordio. Rootless trees la conoscevamo già. In rete e nei bootleg era Fuck You. Dogs è il passaggio da radio che disturba un po’, ma questa parentesi di colonna sonora da serie tv per teenager si dimentica subito grazie alle due perle successive: Coconut Skins , un folk molto dylaniano, solare e nebbioso insieme, suona come un inno che suggerisce di provarci comunque. In Me, My Yoke + I c’è davvero tanto del cantautore irlandese. Un riff ipnotico trascina tormenti e sfoghi. Blues dentro, rock fuori e intorno. Potente come l’ultimo minuto di I Remember di “O”. Grey Room è una ballata che si può anche non ricordare, ma ci regala ancora lo splendido tappeto vocale di Lisa e serve a tornare sulle atmosfere del disco che la traccia precedente ha messo sotto sopra. Ancora pianoforte e una lirica sulle piccole appartenenze quotidiane nella bella Accidental Babies. La chiusura, solo apparente, è con Sleep Dont’t Weep. Serve qualche secondo per capire che non è Cold Water di “O”.

Ma anche per rendersi conto che questo è un autore che si è già creato un recinto lirico fatto di parole e accordi che tornano, per ricordare, riproporre e ri-immergere le emozioni che non si riescono a tenere da parte.

C’ è una ghost track anche in “9”: qualche minuto di singing bowl tibetana suona dopo l’ultima canzone. Per sentire, invece, la demo-version di 9 Crimes si può accedere al pregap del disco riavvolgendo per poco più di tre minuti la prima traccia.

Band / Artista:  Damien Rice

Titolo CD9

Casa Discografica:  Warner Bros

Anno Pubblicazione2006

Genere:  Folk/canzone d’autore

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