I Blessed Child Opera salpano sulla loro “Arca Felice”
Di Stefano De Stefano
Alzi la mano chi, trovandosi alla fermata della metro di Piazza Vanvitelli, non si sia mai fermato ad ascoltare quella canzone diffusa dai video installati nella galleria. Quella nenia guidata dal violoncello, così malinconia e lirica allo stesso tempo: l’avete individuata? È “Flashing Lights”, una delle recenti canzoni dei Blessed Child Opera di Paolo Messere. Una band partenopea che guarda oltre la realtà italiana e che, dopo alcuni cambi di formazione, ha presentato in questi giorni il suo terzo disco, Happy Ark. Paolo, voce e leader della band, lo racconta così.
Happy Ark è il vostro terzo disco. Come sei arrivato a concepirlo?
Dopo un periodo particolarmente duro, in cui avevo pensato allo scioglimento del gruppo che aveva subito da poco un cambiamento di formazione.
I brani sono stati scritti a cavallo tra luglio e dicembre 2005. Il tutto è coinciso con il trasloco della Seahorse (l’etichetta che gestisce, ndr) ad Arco Felice. Con il preziosissimo contributo degli altri componenti della nuova band abbiamo cominciato a lavorare sodo sui nuovi brani e a capitalizzare la nostra cura verso la realizzazione di un nuovo album che avesse come principi dedizione e amore per la musica. E cosi è stato.
Ascoltando in prospettiva i tre dischi dei B.C.O. osserviamo un percorso che parte dal post rock, passa per un folk obliquo e finisce con una certa sensibilità indie. Che ne pensi?
Non amando chiudermi in definizioni di genere musicale, credo che la fortunata caratteristica che i B.C.O. conservano è proprio quella di lavorare senza notevoli schemi, seguendo quella che è forse un sentiero che porta a dei risultati i cui parametri spesso sfuggono anche alla nostra cognizione. Sicuramente avevamo intenzione di fare un disco più diretto e con una produzione
che valorizzasse la nostra continua necessità di confrontarci con il panorama indie internazionale.
Se questo poi abbia spostato il target delle nostre canzoni dall’impianto più post/folk ad uno più indie, ci fa ancora più piacere. L’importante, come dici tu, è che si parli di sensibilità.
Hai avuto influenze specifiche nella realizzazione di questo album?
Nessuna in particolare come del resto è stato anche relativamente ai primi due album. Ciò che ci interessava era la realizzazione di un disco che suonasse compatto e chitarroso ma che non mancasse di groove e di sensibilità verso gli strumenti acustici di cui ci siamo serviti per dare colore in vari brani.
Il sound credo sia ormai quello caratteristico dei B.C.O. Happy Ark sembra sia l’esatto seguito di “Looking After The Child” (album che conteneva “Flashig Lights”, ndr). Riguardo i testi delle canzoni, credo che in quest’album sia riuscito a consolidare definitivamente il modo più congeniale di scrivere le liriche per i B.C.O. Non posso fare più a meno di scrivere prima le parole e poi far sviluppare le songs. I libri della Dickinson mi hanno aiutato molto nello sviluppo delle tematiche a me care, come quelle dell’immortalità e quindi dell’eternità , della rinuncia e del relativo isolamento a cui esso porta. Ma in Happy Ark ci sono anche dei colori che sono spesso legati al sentimento della speranza e della condivisione.
Parliamo di Polish Me e Everything Touch Me, due delle canzoni più belle dell’intero album?
Polish me è una di quelle canzoni pop che si realizzano per la verità da sole. È qualcosa che c’è
dentro di te e aspetta solo il momento di venir fuori. Sono magie indescrivibili che sembrano fatte apposta per comunicare degli stati d’animo cosmici attraverso una canzone che presenti una struttura armonica più canonica e quindi maggiormente popolare.
L’intensità delle emozioni che appartengono a “Polish Me” le abbiamo rivissute in “Everything Touch Me” che differentemente dall’altra ha un impianto più acustico e confidenziale. Con un finale emotivo che stigmatizza l’urgenza di una persona che non può liberarsi dalla molteplicità degli eventi che la toccano e per questo ringrazia l’eterno per averle dato ancora un giorno in più per viversi.
Anche in questo disco hai rinnovato la collaborazione con i musicisti del teatro San Carlo: come mai, dal momento che in versione live siete molto più sporchi e diretti nel sound?
Amiamo l’idea di avere una faccia dal vivo che possa anche non corrispondere pienamente
a quello che si percepisce nei dischi. Ma ti garantisco che il live promozionale di Happy Ark è una miscela intensa di aggressività mista a dolcezza alla sospensione misteriosa che puoi risentire
nel disco. Riguardo i musicisti del Teatro S. Carlo, saranno sempre degli ospiti fissi nei dischi dei
B.C.O. Sono nostri amici anche intimi, che conoscono quasi meglio di noi le songs che aleggiano nell’aria anche prima che io gliele faccia ascoltare.
Sul profilo myspace (www.myspace.com/blessedchildopera) alla voce influenze hai scritto “che cosa chiede il cuore e cosa offre la mente.... una scia di grazia al riparo dai sonni inquieti”. Che significa?
Ti è mai capitato di svegliarti improvvisamente la notte e chiederti che sta succedendo?
Ecco, la mente offre il dono di poter concedere spesso il distacco dalle emozioni mentre il cuore vorrebbe accelerarsi perché non è mai sazio di queste emozioni anche quando apparentemente dorme. La soluzione non comune sarebbe quella di distaccarsi dalle emozioni senza mai distruggere il sogno ed il ricordo e tutti abbiamo bisogno secondo me di più grazia per stare a questo mondo.