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Incontro con Gianmaria Testa

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Gianmaria Testa Gianmaria Testa
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Un’emozione contro l’indifferenza. Il cantautore piemontese alla Feltrinelli per presentare Da questa parte del mare.

Di Antonio De Simone

“Sediamoci lì”. Gianmaria Testa, afferra un bicchiere di vino bianco e mi indica un piccolo divano in pelle, nero pece, in un angolo dello spazio della Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia.
Sono appena passate le undici di mattina e tra meno di un’ora imbraccerà la chitarra per presentare il suo nuovo disco, Da questa parte del mare, un album concetto sulle migrazioni moderne. In serata lo aspetta il secondo appuntamento con il pubblico di Galleria Toledo. Si siede senza togliersi il cappotto di velluto che stride con questo ottobre caldo e umido.

Perché  un album di concetto sulle migrazioni moderne?

Ci sono diversi motivi. Il primo riguarda un fatto preciso. Erano gli anni dei primi sbarchi clandestini in Italia e mi trovavo in vacanza su una spiaggia del Gargano. Due ragazzi africani sono arrivati su un gommone scaricati da un peschereccio. Uno è morto lì, sulla spiaggia. L’altro ha raccontato la loro storia di clandestini sul cargo che li ha gettati a mare. Un altro motivo è una considerazione generale su come il nostro Paese: mi sembra che abbiamo dimenticato che solo due generazioni fa eravamo noi a partire, ed ora facciamo subire a quelli che “accogliamo”- non nel significato positivo del termine - lo stesso trattamento che subivamo noi. Non sono buonista. Conosco le difficoltà che un’ondata così massiccia può portare, ma mi aspettavo soltanto un po’ più di umanità.

Chi c’è “da questa parte del mare”?

Ora ci siamo noi, che non partiamo più. Ci tenevo a far capire che questo è un punto di vista occidentale. Non sono io la voce dei disperati. Non lo so fare e non mi permetterei mai di farlo. Mi sono limitato a dare un punto di vista personale ed emotivo, senza pensare che il disco potesse avere una valenza politica. L’ho fatto soprattutto per me e per i miei figli. Per evitarci per un po’ quella malattia grave che è l’indifferenza.

E questo disco è per lei un modo per scongiurare l’indifferenza?

Queste canzoni rispondono a un’esigenza personale che è cresciuta negli anni. Il disco ha  avuto una lunga gestazione, da quel ‘91 ho cominciato a raccogliere il materiale. Ma avevo sempre l’impressione che il lavoro fosse incompleto, pensavo che non l’avrei mai finito e che fosse presuntuoso da parte mia tentare quello che De Andrè aveva già fatto così bene con i suoi concept-album. Ma allo stesso tempo non me la sentivo di liquidare l’argomento con una due canzoni e di inserirle nei dischi a cui lavoravo. Finché non ho avuto la sensazione che il percorso fosse completato.

Nel suo ultimo lavoro ci sono i contributi di due protagonisti della musica internazionale come Greg Cohen e Bill Frisell. Come sono nate queste collaborazioni?

Greg lo conosceva mia moglie Paola Farinetti, che è anche produttrice del disco. Lei lavora spesso con Mimmo Locasciulli con cui Greg ogni tanto suona. Avevo bisogno di una direzione artistica che non cadesse nell’autocompiacimento ma che allo stesso tempo difendesse la natura delle canzoni, con umiltà e rispetto. Greg era la persona adatta. Così ha ascoltato il materiale, chitarra e voce, ed è rimasto subito soddisfatto. Era la mia condizione per andare avanti.
Discutevamo dell’orchestrazione di cui avevamo bisogno e ci siamo resi conti che serviva un chitarrista elettrico. Lui mi fece dei nomi tra cui quello di Bill Frisell. Mi sembrava perfetto. Bill è uguale alla sua musica, timido e caloroso. Credo abbia fatto un lavoro di grande sensibilità, anche se la collaborazione è avvenuta a distanza, visto che ci ha mandato le tracce di chitarra via e-mail dal suo studio di Seattle. Ma c’è la promessa tra noi di incontrarci e suonare insieme.  

Nell’album c’è una dedica a Jean-Claude Izzo e una ringraziamento a Erri De Luca. Questi scrittori hanno influito sulla sua poetica?

Si, ognuno a modo loro. Jean-Claude è stato un amico importante, anche ora che non c’è più. Lui mi ha raccontato quello che ha subito. Figlio di genitori salernitani che gli hanno impedito di imparare l’italiano, per patire meno di loro l’offesa del razzismo a Marsiglia. È lui che mi ha spiegato il significato della parola  rital, che vuol dire “terrone”, ma più dispregiativo. Anche Erri è un amico fraterno. Con il suo libro Solo andata è come se mi avesse dato l’ultimo impulso per completare l’opera. Come se mi avesse detto con il suo libro “guarda ragazzo, è possibile scrivere di una cosa come questa”. Ma non mi paragono assolutamente a lui. Erri sa fare una cosa che per me è inarrivabile: sa essere poeta. Un poeta è chi sa fare in modo che la parola sia sufficiente. E io non ne sono capace. Ho bisogno di una melodia, di un’armonia. È per questo che scrivo canzoni e sono soddisfatto quando con una canzone riesco a tirare fuori l’emozione che l’ha generata.

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