A volte ritornano. Il teatro si spoglia per mostrare se stesso.
Di Antonio De Simone
Buio. Poi una lampada delinea a tre quarti il profilo immobile di Dante Manchisi. Siede su una sedia coloniale di vimini, nell’angolo destro del palco di Galleria Toledo. I primi minuti passano con il tempo di una sigaretta. La luce sottile della lampada ne disegna la traiettoria di fumo mentre un contrabbasso trascina note jazz dentro la scena. Al centro si stende dall’alto la superficie bianca dove vengono proiettate le immagini di un video. Poi cinema e teatro si mescolano, tecnologia e rito si fondono nel percorso visionario di Maurizio Bizzi.
Il regista – Teatro di guerra, I buchi neri, Morte di un matematico napoletano - torna dopo quattro anni di assenza con lo spettacolo inedito A volte ritornano, prodotto da Il Teatro Cooperativa di Napoli a cura dello stesso Bizzi e con l’assistenza tecnica di Lello Becchimanzi.
“È uno spettacolo che viene da molto lontano” - spiega il regista – “e che si muove su un doppio percorso. Il primo appartiene alla dimensione teatrale. Volevo far uscire il teatro, troppe volte offeso e saccheggiato negli anni. Volevo che in questo spettacolo fosse lo spazio teatrale ad usare gli attori e non il contrario”. È uno spettacolo dove gli attori si eclissano nei ruoli per favorire la visibilità del teatro stesso, soprattutto nella sua dimensione originaria, quella del rito. “Non dobbiamo dimenticare che il teatro” – continua Bizzi – è la madre di tutte le arti visive moderne, anche del cinema. La scelta di usare immagini video nello spettacolo, curate da Dante Manchisi, è un segno dei nostri tempi. Ma come si vede sulla scena, il teatro finisce per trattenermi e affascinarmi strappandomi al video, dando vita ad una struttura che si rivela ciclica. Ed è sempre alla natura del teatro come rito, catarsi che voglio ritornare”. Il secondo percorso è invece legato al vissuto del regista. È la dimensione di buio-luce che caratterizza lo spettacolo e che si lega all’esperienza del limite visivo con cui Bizzi convive. Il blackout, le ombre le sinestesie dei sensi mescolati, la luce che torna e scompare invadono il personaggio e ne determinano l’alternanza di presenza-assenza.
In scena con Bizzi e Manchisi c’è anche Francesca Di Martino. È proprio lei ad assumere una funzione di catarsi sulla scena attraverso un canto-nenia e una cerimonia rituale che placherà lo smarrimento della presenza-assenza dell’attore. “Ma la mia funzione – spiega l’attrice - è quasi accidentale. Il teatro di Maurizio è un vero laboratorio. Lui ascolta e lascia spazio agli interventi di chi collabora con lui sulla scena. Ecco perché se ci fossero stati altri attori sarebbe stato uno spettacolo diverso”. Diverso ma comunque asciugato. “Questo è un teatro che elimina l’extratesto” – precisano Di Martino e Manchisi – “è un teatro privo di didascalie e informazioni ma offre allo spettatore la possibilità di compiere un percorso personale, visionario teso a definire un itinerario narrativo per immagini che esplora il comportamento dell’attore nel buio e nella luce”.
La performance di Maurizio Bizzi, figlioccio professionale di Antonio Neiwiller, resterà allo Stabile di Montecalvario fino al 3 dicembre.