Dentro la notte: in scena la Palestina di Ibrahim Nasrallah
Di Dario Migliardi
L'altro - etnico, religioso, teatrale - giace supino sul proscenio prima ancora che inizi lo spettacolo, prima del nostro ingresso in sala; inerme in tutta la sua nudità terroristica - prima che l'aggettivo finisca di autodeterminarsi come assolutamente esecrabile - l'altro ci precede o noi manchiamo il suo arrivo.
Una teoria di morti depone intorno al corpo disteso una serie di oggetti, tracce di vita vissuta, che si fanno, contrariamente alla loro natura, generatrici di vita. Insufflando l'anima nell'altro gli oggetti appartenuti ai morti lo risvegliano, corpo fatto di altri corpi lui può iniziare il suo viaggio nella Notte. Sull'assenza del nome nel romanzo di Ibrahim Nasrallah e nella trasposizione teatrale dello stesso ad opera di Anita Mosca e Omar Suleiman si potrebbero dire moltissime cose: citare, trovare parallelismi con la tradizione, basta il solo Kafka ad aprire una serie potenzialmente infinita di digressioni sul nome censurato. Eppure lo mancheremmo, ne perderemmo il senso.
Quindi si resta in superficie, non ci sono nomi perchè non ci sono personaggi protagonisti, o meglio, il protagonista è molteplice, nasce all'insegna della molteplicità, assemblato sulla scena come novello Frankenstein, è uno sciame anonimo di corpi in bilico tra il passato e il futuro.
Non ci sono nomi perchè ce ne sono troppi, centinaia di migliaia assiepati dietro lo sguardo smarrito dell'altro. Il centro del dramma sono la memoria e l'avvenire. La memoria invade la scena sotto forma di flashback dal sapore fortemente cinematografico, storie d'amore perdute nelle guerre, negli esodi, sotto le macerie di un popolo disgregato, stanco, ferito; donne dallo sguardo remoto e seducente che fanno capolino tra lenzuola bianche stese ad asciugare, volti e gesti dove poter naufragare dolcemente mentre tutto va in malora. L'avvenire porta un nome che malcela la sua vera natura di tempo raffermo, un nome tronfio e ipocrita: il paese della Grande Realizzazione.
Un misto delle circa 74 risoluzioni dell’ONU alla questione israelo-palestinese, dei falsi processi di pace, dei generosi interventi di democratizzazione da parte di un Occidente a metà strada tra il miope e il lungimirante, la Grande Realizzazione è sostanzialmente un miraggio.
Un fantasma che lentamente si disgrega davanti agli infiniti occhi dell'altro in un chiacchiericcio fumoso da talk show di seconda serata.