Enzo Moscato incontra Moni Ovadia
Di Dario Migliardi
“…il mondo d’oggi può essere descritto [dal teatro] agli uomini d’oggi solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato”, così scriveva Brecht in un articolo del 1955 dall’emblematico titolo “È possibile esprimere il mondo d’oggi per mezzo del teatro?”, una riflessione che è una sintesi dell’ideologia del grande autore tedesco, riflessione sull’alto valore etico del teatro, sulla necessità di contribuire attivamente al cambiamento delle società e dell’uomo, sul riconoscimento dell’intrinseca mutevolezza del mondo: “se ci si mette dal punto di vista della palla è evidente che le leggi del moto diventano inconcepibili”.
Per Brecht era importante non il mondo osservabile come l’insetto all’occhio dell’entomologo, ma il mondo una spanna prima della forma definitiva, il mondo come possibilità.
Moni Ovadia ed Enzo Moscato sul proscenio del Mercadante hanno discusso di Brecht, del teatro epico, del rapporto di quest’ultimo con la realtà e con la politica e hanno discusso di politica come di ciò che attiene all’uomo in quanto animale sociale e non come mera materia partitica; il tutto condito con sapienti e ironiche digressioni sull’ebraismo, Eduardo, Kantor, Marx e Shakespeare. Ovadia è in scena al Mercadante dal 10 al 21 gennaio con Le storie del signor Keuner (1930) di Bertolt Brecht; nel confronto con Moscato ha illustrato le ragioni che lo hanno spinto a portare sulle scene un’opera come questa, poco conosciuta al pubblico perché non destinata al teatro e a quanto pare nemmeno alla pubblicazione.
Brecht, nel respingere Keuner - ritiene Ovadia - aveva cercato di rifiutare il proprio pessimismo, la consapevolezza del disordine, del caos; è questo, ribadisce Ovadia, che lo ha attirato dell’opera, il segno di una crepa in quella che è l’immagine monolitica del comunista indefesso che di Brecht ci siamo ormai fatti o tendiamo a farci.
Di qui il significato del sottotitolo dello spettacolo: un’esposizione post-morale. Quella attuale è senza dubbio un’epoca post-morale, il caos di Keuner è il nostro, un groviglio di barbarie e tecnica, l’unica arma contro di esso è il pensiero come ricostruzione del senso, di un possibile ordine non improntato ad uniformità.
L’intento dello spettacolo, spiega Ovadia, è quello di conciliare l’ideologia con la levità del baraccone. Utopia e disincanto, poiché l’utopia assoluta può facilmente sconfinare nel fanatismo, nell’idolatria; il disincanto, invece, crea la distanza, permette l’ironia. Bisogna mostrare la molteplicità dell’uomo e del suo pensiero, una molteplicità che permetta il confronto con la parte estranea di noi stessi che è l’altro, il diverso.
Ovadia sottolinea come il fatto di appartenere ad una famiglia di profughi bulgari, il senso forte di un altrove geografico, lo abbiano portato a concepire l’altro da sé come qualcosa di intimo, di vicino.
In sostanza, l’idea di teatro di questo erratico cantastorie ebreo non si distanzia molto da quella del drammaturgo di Augusta: il teatro deve esprimere l’uomo moderno nella sua complessità e fragilità, ma deve soprattutto spingere quest’ultimo a non prendersi troppo sul serio.