Omaggio a Beckett per il centenario al San Carluccio
Di Maria Grazia Perrone
Tutto è immerso nella penombra e nel silenzio. Solo una voce femminile lo rompe per raccontare ciò che vedono gli occhi: una porta sullo sfondo, un quadro rivolto verso la parete, due finestre sui lati e due masse coperte da lenzuola bianche. Così appare ai primi sguardi degli spettatori il palco del teatro San Carluccio che in questi giorni, e fino al 7 dicembre, ospiterà “Finale di partita” di Samuel Beckett per la regia di Fabio Banfo.
La scena prende vita all’entrata di un uomo claudicante con il viso completamente dipinto di rosso. Apre le finestre e alza le due lenzuola, come si fa quando entrando in una vecchia casa si scoprono i mobili e si aprono le finestre per lasciare che entri la luce e che la vita torni a scorrere tra quelle pareti. L’uomo scopre un bidone per la spazzatura, dove vive il padre del protagonista di cui si sentirà solo la voce, e al centro un uomo cieco seduto su una sedia a rotelle. È proprio da qui che inizia il capolavoro di Beckett riportato in scena, dallo stesso Banfo e da Paolo Androni, in occasione del centenario della nascita del drammaturgo irlandese.
Il mondo è finito e l’umanità è scomparsa. In una stanza sono rimasti solo due uomini, quasi senza un passato e senza un futuro. I due non daranno vita ad una nuova razza cercando altri loro simili perché non vogliono ricostruire il mondo. Hamm, cieco e paralizzato alle gambe, e Clov, il servo che all’opposto del suo padrone vede ma non può piegare le gambe per sedersi, sono immobilizzati nel presente. Una vita ridotta ad un dialogo apparentemente senza nessun senso o motivo. Hamm è da sempre abituato ad essere ubbidito e Clov, pronto ad ogni suo ordine, rimanda continuamente la sua voglia di libertà. Un incessante gioco al massacro tra i due fatto di mortificazioni reciproche, con Hamm che continua a tormentare Clov dandogli ordini assurdi e poi ritrattandoli in continuazione e Clov che tormenta a suo modo il padrone, con il suo alternare la minaccia di abbandonarlo al suo dimostrare obbedienza.
Chiusi in questa stanza entrambi non sanno più cosa c’è fuori. Clov utilizza una scala per osservare dalle finestre l’esterno con un cannocchiale, ma ciò che li circonda è una realtà desolata. Sembra, infatti, che tutto sia scomparso e i due non possono far altro che difendersi da ciò che temono grazie alle loro piccole manie, come l’ossessiva pretesa di Hamm di rimanere al centro della sua stanza, e a piccoli rituali vissuti come unica certezza.
Il tempo scorre nella stanza, sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso. E forse è proprio il tempo l’altro personaggio di questo dramma. Il tempo che mangia la vita, il grande distruttore dell’identità dell’uomo. Un tempo assente eppure presente, caratteristica del teatro di Beckett, che non può essere misurato con gli orologi o i calendari e che lo stesso autore trasforma in un’attesa interminabile. Una sensazione di incompiuto e di infinito che se in “Aspettando Godot” si traduce in un arrivo che non giungerà mai, in “Finale di partita” diventa una promessa di partenza, un cambiamento che presumibilmente non accadrà mai.
In questa pièce in cui il regista è rimasto fedele ad una scenografia estremamente essenziale e statica, in cui gli strumenti di scena sono pochi e poveri (una scala, un cane di pezza a tre zampe, un cannocchiale, un fischietto, una sedia e una sveglia) a regnare su tutto sono le parole. La loro ritmicità e la loro poesia dominano il resto. Il botta e risposta incalzante tra i due personaggi costituisce il tessuto di una trama che non esiste e sembra veramente un alternarsi di mossa e contromossa, come accade nel gioco degli scacchi, a cui lo stesso titolo rimanda. Le frasi, le battute e i giochi di parole ripetuti fino allo sfinimento servono a tracciare l’aspro paradosso della condizione umana. Una rappresentazione essenziale e crudele dell’uomo che lotta contro il tempo e contro la morte. Una lotta persa in partenza.