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Orlando furiosamente solo rotolando

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Enrico Messina Enrico Messina
Sul palco de "Il Pozzo e il Pendolo", dal 28 al 30 novembre, è andato in scena il monologo di Enrico Messina.

Di Margherita Coppola

Se leggendo un libro si riesce a “vederne” le immagini, non c’è dubbio: è scritto bene. Così anche un cantastorie può disegnare con le parole, il fiato e la mimica le illustrazioni di un racconto d’altri tempi, negli occhi e nella mente di chi lo ascolta. È ciò che fa con superba intelligenza ed ironia Enrico Messina nell’ “Orlando, furiosamente solo rotolando” (sotto la direzione scenica di Micaela Sapienza). È un teatro dove le descrizioni, il colore vivace e mutevole del linguaggio non ha bisogno di scenografia. L’attore-narratore è come un dipinto astratto che ci permette di vedere le gesta di eroi e cavalieri senza doverlo necessariamente incorniciare. Nient’altro che uno sgabello e una tromba, sul palco de “Il Pozzo e il Pendolo”, per rivivere le beau-geste dei paladini di Carlo Magno e dei saraceni cantate dall’Ariosto.

Scritto e riveduto in chiave ironica, il monologo dell’artista foggiano è tratto da “Hruodlandus, libera rotolata medievale” scritto dallo stesso Messina e da Alberto Nicolino. Sono conservati, tuttavia, passi originali dell’opera ariostesca più alcuni frammenti del “Cavaliere inesistente” di Italo Calvino.

Immaginazione, creatività e sagace umorismo sono in perfetto equilibrio. È un gioco di iperboli descrittive dove tutto è fantasia. I personaggi, nella mappa testuale dell’attore-autore, galoppano in una foresta d’artificio lessicale dove si trasformano in locomotive mentre corrono lesti in groppa ad un cavallo, e dove i baffi bianchi dell’Orlando diventano lunghe ali di gabbiano. Richiami al futurismo, al mondo delle macchine e la loro incessante rapidità, è evidente. Una rapidità che si traduce nella favella fantasiosa del cantastorie e nell’evocazione molleggiante di accampamenti, cavalieri, dame, duelli, armature, destrieri. Ma anche nelle cavalcate sfrenate di Orlando alla ricerca della sua amata Angelica ormai caduta tra le braccia dell’odiato Medoro.

Tanti volti per altrettanti personaggi. Le maschere gestuali assunte e cambiate di volta in volta dall’interprete pugliese rappresentano uno dei punti di forza dello spettacolo. Non solo: particolare è anche l’uso intervallato del dialetto (napoletano e siciliano). Un richiamo brillante al cinema di Monicelli con “L’armata brancaleone”.

Un finale “a mezz’aria” per il furioso eroe della nostra storia. Una fine sospesa nel tempo, adagiata sulle note cadenzate del tipico marranzano siciliano.

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