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Santagata interroga “Lumiere”

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Alfonso Santagata Alfonso Santagata
Carlo Goldoni Carlo Goldoni
Spettacolo Spettacolo
“Il teatro nel teatro”: Santagata, in scena alla Galleria Toledo, affronta i pro e i contro della riforma goldoniana.

Di Gennaro Pelliccia

Coerente e puntuale la regia di Alfonso Santagata per “Il Teatro Comico ovvero Il Padre Rivale del Figlio”, rielaborazione del testo goldoniano, in scena alla Galleria Toledo fino al 10 Dicembre
È necessario però tenere presente un dato. Il testo non è solo una delle più famose commedie di Goldoni, ma è anche il manifesto della riforma del teatro.
L’opera ha un duplice carattere e duplice è, quindi, il modo di analizzarla. Santagata rielabora il testo in chiave moderna cercando di rimanere quanto più possibile in equilibrio sulla sottile linea di demarcazione che separa il teatro comico tradizionale e il teatro comico riformato.
Il suo intento era quello di non compiere passi né avanti né indietro.
Però, forse senza volerlo, nella sua riscrittura risulta manifesto il suo favore per il vecchio teatro delle maschere.
Accettata allora questa presa di posizione, ogni spettatore può fruire di uno spettacolo godibile, ben orchestrato e soprattutto curato in ogni dettaglio.
Sulla scena a farla da padrone è Massimiliano Poli che interpreta Gianni, il suggeritore, l’anima timida quanto progressista che esplica a un tempo, la dedizione per il vecchio teatro improvvisato e il desiderio di un teatro regolato dal testo scritto.
Santagata interpreta il maestro capocomico che confessa i suoi sentimenti artistici a “Lumiere”, la sua luce, rappresentata prima da un vecchio lampadario e dopo da una piccola lampada al neon; il tempo trascorre attraverso la sostituzione degli oggetti esterni.
Il vero significato della riforma del “teatro nel teatro” è esplicata dal fatto che la luce non illumina più la scena ma, anzi, quel faretto è puntato giusto sul viso di chi si interroga. Nasce il teatro che guarda all’interiorità.
Più in generale, le luci di Maurizio Viani riescono ad esaltare le scene ben orchestrate e ritmate. Rossana Gay, Antonio Alveario ed in particolare Johnny Lodi interpretano al meglio i diversi ruoli, lasciando il segno soprattutto quando brevi intermezzi riproducono la vita sfarzosa e per certi versi finta della Venezia di quel periodo. Scene fondamentali per l’economia del testo, in quanto ricordano ai presenti in sala di tener conto dell’epoca in cui la riforma avviene.
Lo spettatore moderno è ovviamente più smaliziato rispetto a un veneziano del ‘700. Per godere pienamente dello spettacolo, allora, dobbiamo in qualche modo lasciare da parte lo sperimentalismo odierno e tornare capaci di meravigliarci di fronte ad un attore che scende dal palco, ma accettata e condivisa l’idea, il testo risulta suggestivo e privo di sbavature.

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