Sette piani di angoscia alla Galleria Toledo
Di Dario Migliardi
Dal 5 al 7 gennaio il Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo presenta “Una sistemazione assolutamente provvisoria”, spettacolo a cura dall’associazione culturale Interno 5 .
Libero adattamento della novella “Sette piani” di Dino Buzzati, il lavoro di Hilenia de Falco e Vincenzo Ambrosini, in una cornice essenziale, minimalista, disegna la catabasi di un avvocato nei penetrali di un ospedale-esistenza.
I sette piani del nosocomio buzzatiano, simboleggiati da altrettante sedie che tagliano diagonalmente il palco, sono il frutto della diabolica mente del ‘professore’, invisibile demiurgo che ha inventato il sistema con cui i malati vengono distribuiti, a seconda della loro gravità, dal settimo piano dei quasi-sani o quasi-liberi, al primo, quello dei moribondi, dalle cui finestre è impossibile vedere il fuori.
Il protagonista entra nella clinica accusando un lieve e imprecisato malessere, l’esiguità dei sintomi e la diagnosi inizialmente ottimistica dei medici faranno si che egli venga alloggiato al settimo piano, ma si tratta di una sistemazione assolutamente provvisoria, poiché una serie di eventi interni all’ospedale e la sua stessa malattia (la colpa kafkiana?) lo precipiteranno in modo lento ma inesorabile verso l’ultimo girone. L’‘altro’, creatura già ospedalizzata, incapace di mostrare comprensione, di arrecare conforto, s’agita sulla sua sedia-piano spasmodicamente, osserva distante la caduta dell’avvocato ripetendo stolidamente il leitmotiv dei medici sulla indiscutibile levità della sua malattia; l’altro sono due donne ed un uomo, ma il sesso è assolutamente irrilevante poiché essi rappresentano un’attesa ineluttabile e contemporaneamente il malato, l’uomo ridotto a cosa, desessualizzato e reificato in modo tale da poter essere spostato più facilmente da un piano all’altro.
Tutti gli ingranaggi sembrerebbero essere al loro posto: attori di talento impegnati a trasformare il loro corpo in uno straziante massa di contrazioni, un suono stillante che accompagna tutti i trenta minuti della pièce e ci precipita in una atmosfera indubbiamente angosciante, la scena scheletrica che ci tuffa negli stanzoni dalle asettiche cromie tipici degli ospedali.
Eppure una volta partito il meccanismo muove troppo velocemente verso la fine. La paura, che dovrebbe trovare terreno fertile in un’attesa prolungata anche solo verbalmente, magari con una dizione del dottore rallentata e paternalistica, è come anestetizzata dall’isterica e grottesca figura in camice bianco e dalla velocità degli spostamenti da una sedia-piano all’altra.
In sostanza, l’angoscia per la morte non si sposa con l’esagitazione sulla scena anche se questa può stare ad indicare l’inesprimibile, connaturata attrazione che l’uomo prova per la propria dissoluzione.