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Storie del signor Keuner. Moni Ovadia legge Bertolt Brecht.

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Moni Ovadia Moni Ovadia
Al teatro Mercadante l’esposizione post-morale del drammaturgo tedesco.

Di Antonio De Simone

Mercoledì 10 è andato in scena al Teatro Mercadante  lo spettacolo Le storie del Signor Keuner di Bertolt Brecht, firmato e diretto da Roberto Andò e Moni Ovadia e tradotto da Roberto Menin, con repliche fino a domenica 21 gennaio.

La rappresentazione della raccolta di parabole e racconti dell’autore tedesco coincide con il cinquantesimo anniversario della sua morte. Il sottotitolo un’esposizione post-morale introduce la materia dei racconti: la condizione dell’uomo smarrito, esule prima dalla propria terra e poi dalle proprie certezze, in un’epoca di disorientamento, valori sfocati e perdita di senso.

Il signor Keuner, lucido alter ego di Brecht, richiama il signor K di Franz Kafka. Come tutti gli smarriti, i clandestini e i senza patria il signor K ha paura e invoca in scena un’abitazione con più uscite. Proprio in scena, dove l’arte, citata e ricitata, può offrire scampo perfino da censure e tribunali.

La messinscena è un’istallazione “multimediale” che si avvale di “reperti d’arte” di parole e musica. A tono con il tempo presente della virtualità che scompone la realtà in frammenti esiliati, Moni Ovadia e Roberto Andò propongono una narrazione non tradizionale che, per avere  speranza di sopravvivere come teatro politico civile, si esprime nelle forme-chiave moderne della dichiarazione e dell’intervista.

Le letture vengono affidate in video ad Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Gherardo Colombo, Philippe Daverio, Daniele Del Giudice, Oliviero Di liberto, Dario Fo, Arnoldo Foà, Don Gallo, Claudio Magris, Michele Michelino, Milva, Eva Robins, Sergio Romano, Roberto Scarpinato, Gino Strada e Annamaria Testa.

Tutt’intorno la Moni Ovadia Stage Orchestra propone – sotto mentite spoglie – frammenti di memoria musicale del novecento, con la voce di Lee Colbert, sul palco come cantante brechtiana, e le incursioni di Maxim Shamkov nei panni di un mafioso russo appassionato d’arte. Completano la scena Ivo Bucciarelli, anziano custode di un museo dell’arte socialista, il polacco Roman Siwulak, un curatore di mostre artistoide e intellettualoide e, infine, un manichino kantoriano orfano del proprio teatro.

Uno spettacolo di citazioni di parole ma soprattutto di gesti, intesi come rimando ad una precisa attitudine artistica, ad un insieme di scelte di comportamento. I gesti richiamati da Brecht, come nota il traduttore Roberto Menin, “sono dunque atteggiamenti, decisioni, posizioni su cui l’autore si interroga. Quale deve essere il Gestus dell’artista-intellettuale moderno?”

Tra questi gesti c’è senz’altro quello che vuole evitare al teatro stesso un destino da esule, anche a costo di risultare scomodi o di cadere in errore. “Con la virtualizzazione del mondo – afferma Andò – il teatro rischia di divenire sempre più marginale. L’unico rimedio è fare del teatro il luogo di un pensiero e di un atto politico. Il nostro spettacolo racconta la riflessione teorica di uno dei grandi drammaturghi del Novecento: nessuno meglio di Brecht ha saputo rispondere alle domande della società con la forza della poesia e del teatro”.

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